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Due parole affiorano dal cuore in questo tempo particolarmente complesso: speranza e prossimità. I tempi dell’Avvento e del Natale segnano l’inizio di un nuovo anno liturgico. Come andrà? Cosa aspettiamo? Mentre le nostre parole restano incerte e mute, la Parola di Dio in questo tempo annuncia e celebra la speranza: il Padre, nel mistero dell’Incarnazione del Figlio, si rivela volto compassionevole dell’Amore e, fedele alla sua promessa, si fa prossimo all’umanità ferita, stanca e sofferente.

La storia ci ha messi di fronte alla prova impegnativa di un’emergenza sanitaria che non sta risparmiando nessuno, chi direttamente e chi indirettamente. Il cuore è stretto dalla paura, le relazioni sembrano sospese come molte delle attività. Se pur immersi in questa situazione inedita, non vogliamo chiuderci all’inedito di Dio. Anzi, desideriamo aprirci a Lui, e ad ogni uomo e donna. Al Padre affidiamo la tessitura misteriosa dei nostri giorni e da Lui accogliamo nella fede, come trama di luce, il dono del Figlio Gesù, «speranza sempre invocata e sempre attesa». Nel prossimo gustiamo la bellezza della fraternità. Lo Spirito Santo ci doni il calore della condivisione e il profumo della carità che non è venuta meno in questo tempo; per essa rendiamo grazie.

Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” (54) ha scritto «Malgrado queste dense ombre, che non vanno ignorate, … desidero dare voce a tanti percorsi di speranza. Dio infatti continua a seminare nell’umanità semi di bene. La recente pandemia ci ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. Siamo stati capaci di riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra storia condivisa: medici, infermieri e infermiere, farmacisti, addetti ai supermercati, personale delle pulizie, badanti, trasportatori, uomini e donne che lavorano per fornire servizi essenziali e sicurezza, volontari, sacerdoti, religiose, … hanno capito che nessuno si salva da solo».

La speranza cristiana ci invita a non guardare alla storia in maniera fatalistica, perché le sue radici sono nel cuore stesso di Dio. Essa, invece, chiede di vivere il nostro impegno nel mondo con coraggio e con fiducia. Allora non solo il tempo nuovo sarà spazio di speranza, ma noi stessi saremo uomini e donne di speranza. In Avvento preghiamo affermando che il nostro tempo è quello nel quale «osiamo sperare vigilanti nell’attesa» (Messale Romano III, Prefazio dell’Avvento I, p. 328). Vogliamo davvero «osare sperare» e guardare al futuro con fiducia nella consapevolezza che la nostra vita già appartiene a Dio, «che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (cfr. 1Pt 1,3). Nella situazione di desolazione e sconforto, il Natale di Cristo, che ha assunto tutta la nostra umanità, ci apre alla speranza non solo di poter ricevere un supplemento di vita ma una nuova Vita.

Riceviamo con gioia questo sussidio liturgico-pastorale. Oltre ad offrirci un’occasione di riflessione, vuole, con discrezione e sobrietà, accompagnare la preghiera della comunità ecclesiale, nel desiderio di potersi trovare riunita a celebrare. Si vuole altresì accompagnare la preghiera in casa, sostenendo la fede delle nostre famiglie e nutrendo la carità come espressione conseguente e spontanea di una vita nutrita dalla Parola e dal Pane di Vita.

Esortati da papa Francesco, in piena comunione con lui e con tutta la Chiesa, «Camminiamo nella speranza». (Fratelli tutti, 55).

+ Stefano Russo
Segretario Generale
della Conferenza Episcopale Italiana