Ascoltare con l’orecchio del cuore.
“Ti insegnano a parlare, ma non ad ascoltare!”
In effetti, a pensarci bene nei primi anni della nostra vita ci hanno insegnato a parlare e a parlare correttamente, ma non ricordo che la stessa premura sia stata riservata all’ascolto. Eppure queste due “azioni” devono sempre richiamarsi reciprocamente per espletarsi in pienezza.

Quale atto del comunicatore, dunque, deve essere considerato il primo?

Se la comunicazione è ancora – e spero vivamente che lo sia – una dimensione della vita che affonda le sue radici in quel desiderio/bisogno innato di comunione e condivisione che tutti ci portiamo dentro, il primo gesto di chi intende comunicare davvero non è dire/trasmettere qualcosa, ma ascoltare/accogliere chi si ha di fronte.
Cosa deve stare davvero a cuore a chi comunica? Come suggerisce Micaela Savino nell’ultimo numero di Adesso (clicca qui per leggerlo), commentando il Messaggio del Santo Padre, l’ego deve lasciare il posto all’alter.
“La mancanza di ascolto, che sperimentiamo tante volte nella vita quotidiana, – scrive Papa Francesco per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – appare purtroppo evidente anche nella vita pubblica, dove, invece di ascoltarsi, spesso “ci si parla addosso”. Questo è sintomo del fatto che, più che la verità e il bene, si cerca il consenso; più che all’ascolto, si è attenti all’audience. La buona comunicazione, invece, non cerca di fare colpo sul pubblico con la battuta ad effetto, con lo scopo di ridicolizzare l’interlocutore, ma presta attenzione alle ragioni dell’altro e cerca di far cogliere la complessità della realtà. È triste quando, anche nella Chiesa, si formano schieramenti ideologici, l’ascolto scompare e lascia il posto a sterili contrapposizioni”.
In un tempo in cui tutti avvertono l’esigenza di far sentire la propria voce – purtroppo spesso anche mancando di rispetto all’interlocutore – sappiamo ancora valutare l’opportunità del silenzio? Non parlo di quel silenzio, frutto di un’aggressività latente, che si fa mutismo. Anzi, parlo di quel silenzio che è e resta la culla autentica delle parole perché le parole dell’altro vi trovano comunque posto anche quando non se ne condivide il contenuto ed il modo.
Allora, in tempo di sinodalità (sperando che non sia l’ennesima parola totem), sappiamo percorrere inediti sentieri di dia-logo per cercare di recuperare insieme “la complessità della realtà”?
All’interno della comunità ecclesiale si creano “schieramenti ideologici” e “sterili contrapposizioni”: il confronto di posizioni diverse è legittimo; la seguente mancanza di comunione mi preoccupa decisamente di più.

don Oronzo Marraffa

Di Admin