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Convegno “Oggi chi è mio prossimo?”: l'intervento del Card. Zuppi

L'intervento del Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, su “Il ruolo delle Conferenze Episcopali nazionali alla luce dei cambiamenti sociali ed economici che impattano sulla salute in Europa”, in occasione del Convegno “Oggi chi è mio prossimo?”, organizzato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Esprimo il mio benvenuto ai partecipanti al Convegno «Oggi chi è mio prossimo?». Saluto il Signor Direttore regionale per l’Oms in Europa il Dottor Hans Henry Kluge; saluto i cari Fratelli nell’Episcopato e i delegati delle diverse Conferenze Episcopali d’Europa, il signor Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede S.E. George Gabriel Bologan, i rappresentanti del Ministero della Salute italiano, i Presidenti delle Federazioni Nazionali degli Ordini professionali sanitari, e i promotori di questa giornata. Il titolo dell’incontro presenta una sfida e pone una serie di domande. Vorrei approfondirne tre: il chi, il quando e il perché.

In primo luogo, è necessario rilevare i cambiamenti in atto: recentemente ai confratelli Vescovi italiani sottolineavo come «…nel mondo globale, innervato di rapide comunicazioni, il clima generale diventa quello del conflitto, con il corteo di antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni e le menti. Cresce così il disprezzo della vita, dal suo inizio alla sua fine, giustificato dal materialismo pratico per il quale tutto è possibile e la regola è l’individuo. Quante “epifanie” di violenza ordinaria e imprevedibile, frutto di presunzioni, di mancanza di rispetto della vita perché ritenuta un possesso senza amarla!»[1] e ancor più drammaticamente, come ha osservato recentemente Papa Leone XIV, «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando… Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé…ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile»[2].

Siamo convinti che l’Europa ha il dovere, storico e morale, di ricercare e costruire la pace. Abbiamo scritto insieme ai Presidenti delle Conferenze Episcopali della Germania, della Francia e della Polonia: «Il mondo ha bisogno dell’Europa. È questa l’urgenza che i cristiani devono far propria per potersi poi impegnare con decisione, ovunque si trovino, per il suo futuro con la stessa viva consapevolezza dei padri fondatori. In nome della loro fede, i cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale».[3]
In questo contesto storico le nazioni sono chiamate a sostenere gli Organismi internazionali come l’OMS, per il loro ruolo specifico di lotta alle discriminazioni e costruttori di pace. Non può mancare il finanziamento necessario allo svolgimento di un servizio globale a tutela della salute come quello svolto da oltre 8.000 professionisti sanitari che ogni giorno coordinano la risposta globale alle emergenze sanitarie, promuovono il benessere, prevengono le malattie ed ampliano l’accesso all’assistenza sanitaria, con l’obiettivo di garantire a tutti pari opportunità di una vita sana e sicura.

Il brano biblico di riferimento è quello del Buon Samaritano, ossia una dimostrazione concreta dell’amore verso il prossimo. Alla base di tutto c’è una delle domande più personali dell’essere umano, quella sulla giustizia e sull’“ereditare la vita eterna”, che tradotta nel nostro agire quotidiano diventa la domanda «Chi è mio prossimo?» (Lc 10, 29). La domanda sulla propria felicità non è isolata, ma viene connessa al rapporto con “il prossimo”. La prima domanda – mutuata dal Vangelo – è “chi è mio prossimo”. Nel recente Messaggio per la Giornata mondiale del Malato Papa Leone XIV ha inteso sottolineare come il “prossimo” non sia soltanto colui che si trova in una situazione di malattia o di sofferenza, ma più radicalmente chi ha bisogno di una relazione. Ci riferiamo al concetto di persona, che è una totalità unificata, dove si armonizzano le dimensioni biologiche e spirituali, etiche e bioetiche, culturali e relazionali, progettuali e ambientali dell’essere umano nel percorso della vita. L’azione di cura si rivolge a questa totalità, a un essere che ha fame di relazioni significative. La cura è sempre rivolta ad una persona che possiede una sua intrinseca dignità che è una dignità relazionale[4]. Questa domanda sul “chi”, ci porta ad un altro piano di riflessione, a formulare la domanda “chi è per me Cristo”, se la Sua vita e il Suo Vangelo – oggi in Europa – siano ancora portatori di significato e siano davvero una notizia che ci interpella personalmente.

Quando si intendono cercare le migliori condizioni di salute per i popoli europei, non possiamo non fare riferimento alla storia del Continente europeo: gli ospedali, i lazzaretti, le strutture di ricovero nascono dal senso cristiano di voler dare una risposta alla domanda: chi è mio fratello? Nel fare il bene non solo facciamo del bene, ma diventiamo migliori noi stessi, diventiamo persona più buone. E, alla fine della nostra vita terrena, sarà questo bene realizzato ad attiraci verso un Bene più grande ed eterno, nella speranza cristiana, verso il Dio della Vita. La memoria si fa presente a noi per indicarci l’esigenza di andare nella direzione di un rinnovato senso di corresponsabilità, di superamento dei confini nazionalistici, di egoismi tecnologici o economici. Se molti problemi rimangono aperti, il settore sanitario si presta ad una osservazione fondamentale nella sua semplicità: i virus ed i batteri non conoscono frontiere o dazi doganali; così come non riconoscono i brevetti industriali. L’attenzione come Conferenze Episcopali che possiamo avere è quella di scoprire ogni giorno che la cura della salute è molto più globale di quanto si possa immaginare.

La pace dei popoli passa dal riconoscere la dignità di ogni vita umana, fin dal suo manifestarsi. Vi incoraggio a guardare con speranza, con fiducia, con grande operosità alle vite che nascono. Il loro futuro si colloca nel nostro presente, nelle scelte, anche molto concrete, del nostro presente. Allora prende senso compiuto la domanda sull’oggi. Guardare alle nostre radici, condivise, guardare al nostro futuro, senza più guerre, con una pace che nasce dal cuore dell’uomo, chiede il nostro impegno oggi. Occorre guardare insieme ad un progetto condivisibile, e noi lo stiamo facendo: conoscerci, oggi, per riflettere sulle uguaglianze fondamentali della comune umanità e sulle disomogeneità e diseguaglianze dei sistemi e servizi sanitari dei diversi Paesi europei. Possiamo osservare che le differenze rappresentano un pregio e se ben vissute un reciproco arricchimento, mentre le diseguaglianze fondano e alimentano l’ingiustizia.

Il Sinodo sull’Europa – all’inizio di questo nuovo millennio – aveva individuato e ci propone anche un percorso che aveva come elemento unificatore “la cura dei malati”: individuando, come tratto comune europeo, tre soggetti[5], che a voi affido: la persona malata, le famiglie dei malati, gli operatori sanitari. Per i credenti, il bene è anche un dono di fede e di speranza, che – come acutamente ricorda san Paolo – preludono alla carità, all’amore che diventa concreta azione e anima l’azione stessa. La terza domanda è sul perché. Alcuni elementi sono già racchiusi nelle riflessioni precedenti: l’agire sanitario – e l’analisi delle diseguaglianze ancora presenti nei Paesi, nei territori – ha sempre una duplice valenza: la singola persona e la comunità. Se dovessimo chiedere a un medico, a un epidemiologo, a un ricercatore, a un infermiere o a un farmacista “perché ti prendi cura di questa persona malata?”, e poi anche “perché parli con i suoi familiari?”, avremmo una molteplice serie di risposte: per la carriera, per la fama, perché mi piace farlo, perché mi piace prendermi cura della gente, perché mi piace studiare.

Tra le tante possibilità, mi soffermo su una frase del Vangelo: “Vide e ne ebbe compassione” (Lc 10, 33). Il Santo Padre Leone XIV ha riflettuto recentemente: «Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti. Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello»[6]. Al principio c’è Dio, ma ciascuno di noi deve fare due cose: “vedere” e “muoversi a compassione”, cioè non essere indifferenti o cinici. Questa compassione non è un sentimento superficiale, quanto piuttosto sentire “passione” con l’altro, nel vederlo e nell’averlo a cuore. La professione sanitaria funziona se c’è passione, questo potente interesse che tocchi tutte le dimensioni della vita.

In vario modo come Conferenze Episcopali nazionali siamo la voce di quella parte della popolazione più vulnerabile, quella malata, quella ferita, dove alcune ferite psichiche, e penso alla guerra, penso ai bambini, resteranno per sempre cicatrici indelebili, più nella mente che nella pelle. Siamo chiamati a compiere ogni sforzo, e in questo è compresa l’insistenza della preghiera, per la realizzazione della pace nei nostri territori e nel mondo intero, e ringrazio tutti voi: l’OMS per l’azione nei territori martoriati, gli Episcopati per gli sforzi che compiono nel sostenere in molte forme missioni sanitarie ed educative in tutti Paesi che ne abbiano necessità. Auguro a tutti voi la riuscita del Convegno di oggi pomeriggio, la più approfondita reciproca conoscenza, la crescita di spirito di collaborazione.

[1] Zuppi M., Introduzione al Consiglio Episcopale Permanente della CEI – 26-28 gennaio 2026.
[2] Leone XIV, Cfr. Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026.
[3] Appello: Cristiani per l’Europa. La forza della speranza, 13 febbraio 2026.
[4] Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana (2.4.2024), n. 26.
[5] «Si dia adeguato rilievo anche alla pastorale dei malati. Considerando che la malattia è una situazione che pone interrogativi essenziali sul senso della vita, «in una società della prosperità e dell’efficienza, in una cultura caratterizzata dall’idolatria del corpo, dalla rimozione della sofferenza e del dolore e dal mito della perenne giovinezza», la cura per i malati deve essere considerata come una delle priorità. A tale scopo, vanno promossi, da una parte, una adeguata presenza pastorale nei diversi luoghi della sofferenza, ad esempio attraverso l’impegno di cappellani ospedalieri, di membri di associazioni di volontariato, di istituzioni sanitarie ecclesiastiche, e, dall’altra, un sostegno alle famiglie dei malati. Occorrerà inoltre essere accanto al personale medico e paramedico con mezzi pastorali adeguati, per sostenerlo nell’impegnativa vocazione a servizio dei malati. Nella loro attività, infatti, gli operatori sanitari rendono ogni giorno un nobile servizio alla vita. A loro è richiesto di offrire ai pazienti anche quello speciale sostegno spirituale che suppone il calore di un autentico contatto umano» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, 28.5.2003, n. 88).
[6] Leone XIV, Messaggio per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato, 11 febbraio 2026, n. 3.