Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di Mons. Sabino Iannuzzi, Vescovo di Castellaneta, durante la Santa Messa presieduta nella grata memoria di Benedetto XVI.


MESSA IN SUFFRAGIO DI BENEDETTO XVI

Parrocchia “Cuore Immacolato di Maria” – Castellaneta, 4 gennaio 2023

OMELIA

Carissimi fratelli e sorelle,

siamo qui riuniti come Chiesa diocesana per far memoria del Papa emerito Benedetto XVI che il 31 dicembre è volato al cielo.

Ringrazio tutti voi che, con la vostra presenza, avete accolto il mio invito ad elevare la comune preghiera per affidarlo al Signore, quel Signore della vita e della storia che ha amato e servito e che ha voluto riconoscere – come ha scritto nel suo testamento spirituale – quale «dispensatore di ogni buon dono», che gli ha donato la vita e lo ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandolo sempre ogni volta che incominciava a scivolare e donandogli sempre di nuovo la luce del suo volto.

Oggi, qui, siamo in comunione di preghiera e di solidarietà fraterna con tutta la Chiesa universale, in un atteggiamento di gratitudine per la luminosa testimonianza di questo nostro Pastore grande, fedele servitore del Vangelo e della Chiesa, che il padrone di casa – di ritorno dal viaggio – ha trovato sveglio e pronto (Cf. Mc 13,33-37). È stato l’uomo totalmente di Dio, che il 19 aprile 2005, affacciandosi dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, volle definirsi come: «un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore», manifestando da subito uno stile semplice, dai tratti gentili e con un linguaggio accessibile a tutti; consapevole che «il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti…», ma fiducioso nell’aiuto permanente del Signore stesso.

Siamo qui, questa sera, anche per rinnovarci nella comunione con Papa Francesco, del quale conosciamo la stima e l’amicizia che ha sempre manifestato per Papa Benedetto e che in tante circostanze ne ha elogiato la grandezza e la santità di vita «così nobile e così gentile» e, questa mattina, in occasione dell’Udienza generale, ha detto che «è stato un grande maestro di catechesi. Il suo pensiero acuto e garbato non è stato autoreferenziale, ma ecclesiale, perché sempre ha voluto accompagnarci all’incontro con Gesù. Gesù, il Crocifisso risorto, il Vivente e il Signore, è stata la meta a cui Papa Benedetto ci ha condotto, prendendoci per mano» (Francesco, Udienza generale, 4 gennaio 2023).

La pagina del Vangelo di quest’Eucarestia, che ci vede ancora immersi nel contesto del mistero del Natale, continua a presentarci la figura di Giovanni Battista che, stando insieme a due discepoli, «fissando lo sguardo su Gesù che passava», lo indica: «Ecco, l’agnello di Dio!» (Gv 1,35).

            “Vedere” ed “indicare Gesù”, fare posto a Lui, come unico e vero Salvatore verso cui orientare tutta la propria vita; in una sequela particolare, docili ad accogliere la proposta di un “andare” e di un “vedere” per “rimanere” nella sua casa, con Lui, “fino alle quattro del pomeriggio”: è stato il filo rosso che ha accompagnato l’intera vita di Benedetto XVI. Infatti, nel 2003 iniziò a lavorare alla sua grande opera su Gesù, a cui si sentiva chiamato come credente e come teologo nella sua ricerca «personale del “volto del Signore” (cfr. Sal 27,8)» (Premessa a J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007, 20).

La rilevanza di questo particolare rapporto l’aveva ben definita, fin dalla sua prima lettera enciclica Deus Caritas est, sintesi del suo programma pastorale di governo, nel quale si è sforzato sempre – come indicò nell’omelia di inizio del ministero petrino – «di non fare la sua volontà, di non perseguire le sue idee, ma di mettersi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarsi guidare da Lui» (Benedetto XVI, Omelia durante la Santa Messa per l’inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma, il 24 aprile 2005), e per questo affermò che: «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (DCE 1).


            La sua poliedrica figura, di uomo di Dio, autentico intellettuale, teologo di professione sulla Cattedra di Pietro, si è innestata e compiuta nell’imperativo del Signore risorto a Pietro: “Seguimi!” (Cf. Gv 21,15-19). Espressione su cui volle intessere l’omelia della messa esequiale di San Giovanni Paolo II e che, restituendo la pienezza della sua vita, ha espresso con le sue ultime parole: «Signore ti amo!». Forse come Pietro avrà riascoltato per tre volte la domanda del Risorto presso il Lago di Tiberiade: «Pietro mi ami tu?».

È significativo che Benedetto XVI abbia chiuso la sua vita terrena con la stessa confessione d’amore dell’Apostolo Pietro. Non a caso ha insegnato sempre la bellezza della ragione che si apre alla fede come un incontro d’amore, in cui l’uomo e l’umanità trovano il senso autentico della loro esistenza per annunciare la bellezza della vita che si incontra con il Dio Salvatore nel volto di Gesù Cristo: il vero amico e l’alleato dell’uomo.

In occasione dell’Udienza generale del 13 ottobre 2010, tracciando il profilo della Beata (ora Santa) Angela da Foligno – di cui oggi ricorre la memoria liturgica -, parlando del rapporto tra l’uomo e Dio, evidenziava un pericolo sempre presente e dilagante: «Oggi siamo tutti in pericolo di vivere come se Dio non esistesse: sembra così lontano dalla vita odierna. Ma Dio – aggiungeva – ha mille modi, per ciascuno il suo, di farsi presente nell’anima, di mostrare che esiste e mi conosce e mi ama. E santa Angela vuol farci attenti a questi segni con i quali il Signore ci tocca l’anima, attenti alla presenza di Dio, per imparare così la via con Dio e verso Dio, nella comunione con Cristo Crocifisso».

E quando il suo biografoSeewald gli domandò: «Quale ritiene sia a posteriori, il segno distintivo del suo pontificato?», Benedetto rispose: «Direi che è ben espresso dall’Anno della fede: un rinnovato incoraggiamento a credere, a vivere una vita a partire dal centro, dal dinamismo della fede, a riscoprire Dio riscoprendo Cristo, dunque a riscoprire la centralità della fede» (Benedetto XVI, Ultime conversazioni, a cura di P. Seewald, Milano, Garzanti, 2016, 217).

Nel suo testamento spirituale ha raccomandato ai suoi compatrioti e tutti quelli che erano stati affidati al suo servizio: «rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere!», perché «ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita – e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo».

È una grande eredità quella che ci lascia Benedetto XVI, circa questo impegno di «rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto fino alla fine (cfr Gv 13,1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto» (Benedetto XVI, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei 4 vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009).

Mi piace ricordarlo proprio così, per il suo amore a Cristo e alla Chiesa, senza cedere alla tentazione provocatoria – spesso fomentata anche dagli ambienti ecclesiali – di collocarlo tra la schiera dei cosiddetti conservatori della tradizione piuttosto che tra i progressisti, a cui si vorrebbe annoverare per contrapposizione dialettica Papa Francesco, a motivo di liberi e fuorvianti giudizi su taluni aspetti del servizio pastorale. Custodiamo, piuttosto, nel cuore la sua edificante e bella testimonianza di fede in Cristo, crocifisso e risorto, e di amore per la vita e la missione della Chiesa. Non dimentichiamo quanto ci ha insegnato soprattutto nell’ultimo decennio della sua vita ritirata, dedicandosi alla preghiera e alla contemplazione «per la quale – come ha sottolineato Papa Francesco – solo Dio conosce il valore e la forza della sua intercessione, dei suoi sacrifici offerti per il bene della Chiesa» (Francesco, Omelia nella celebrazione dei primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, 31 dicembre 2022).

            Quel Volto di Dio che ha incessantemente ricercato per tutta la sua vita, prima come credente e poi come intellettuale e teologo, e che ora può finalmente contemplare faccia a faccia (Cf. 1Cor 13,12), gli doni il premio promesso ai suoi servi fedeli e continui a donare alla Chiesa la grazia di pastori, come lui, capaci di autentica carità pastorale, per guidarla oltre la tempesta che stiamo attraversando.

Affidiamoci alla Vergine Maria, con le parole di Papa Benedetto:

«O Madre Immacolata,
che sei per tutti segno di sicura speranza e di consolazione,
fa’ che ci lasciamo attrarre dal tuo candore immacolato.
La tua Bellezza ci assicura che è possibile la vittoria dell’amore; anzi, che è certa;
ci assicura che la grazia è più forte del peccato,
e dunque è possibile il riscatto da qualunque schiavitù.
Sì, o Maria, tu ci aiuti a credere con più fiducia nel bene,
a scommettere sulla gratuità, sul servizio, sulla non violenza, sulla forza della verità;
ci incoraggi a rimanere svegli, a non cedere alla tentazione di facili evasioni,
ad affrontare la realtà, coi suoi problemi, con coraggio e responsabilità.
Così hai fatto tu, giovane donna, chiamata a rischiare tutto sulla Parola del Signore.
Sii madre amorevole per i nostri giovani,
perché abbiano il coraggio di essere “sentinelle del mattino”,
e dona questa virtù a tutti i cristiani,
perché siano anima del mondo in questa non facile stagione della storia.
Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre nostra, prega per noi!”.
(Benedetto XVI)

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