"Non basta conoscere l’amore. Bisogna imparare a rimanerci dentro". Ritiro quaresimale della sezione di Castellaneta dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
Nel tempo della Quaresima la Chiesa ci invita a sostare davanti alla Parola di Dio per lasciarci interrogare da essa. Con questo spirito, al Santuario “Maria SS. Mater Domini” di Laterza, ho condiviso il ritiro spirituale con i Cavalieri e le Dame della sezione di Castellaneta dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
La meditazione si è soffermata su una delle pagine più intense del Vangelo di Giovanni: il contesto dell’ultima cena. Gesù sa che la sua ora è vicina e che la croce si avvicina e in quel momento non parla di potere o di difesa, ma consegna ai discepoli una parola essenziale: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Per spiegare questa realtà Gesù usa l’immagine della vite e dei tralci: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15,5). Il tralcio non vive di vita propria: se rimane unito alla vite porta frutto, se se ne separa si inaridisce. Così è anche per il discepolo.
La vita cristiana non nasce anzitutto dallo sforzo morale, ma da una relazione viva con Cristo. E tuttavia proprio qui emerge la nostra fatica. Gesù consegna ai suoi il comandamento dell’amore: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). È una parola luminosa, ma esigente. Perché quando guardiamo con sincerità dentro di noi scopriamo quanto sia fragile la nostra capacità di amare.
L’apostolo Paolo descrive con grande realismo questa esperienza quando afferma: «Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19). Vediamo il bene, lo desideriamo, ma spesso non riusciamo a viverlo pienamente. Ed è proprio qui che il Vangelo rivela la sua novità più profonda. La fede cristiana non è lo sforzo di diventare perfetti, ma il cammino attraverso cui Dio trasforma il cuore dell’uomo. Per questo Gesù può dire: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). La croce non è la sconfitta dell’amore, ma il suo compimento.
Seguire Cristo significa allora entrare in questo processo di trasformazione. È un cammino fatto anche di fragilità, di cadute e di ripartenze. Ma proprio dentro queste esperienze il Signore educa il cuore all’umiltà, alla fiducia e alla perseveranza.
Alla fine tutto ritorna alla parola da cui eravamo partiti: rimanere.
Rimanere nel suo amore (Gv 15,9), rimanere uniti alla vite (Gv 15,5), rimanere nella sua parola (Gv 8,31). Solo da questa comunione nasce il frutto della vita cristiana. Non dalla nostra bravura, ma dalla grazia che opera in noi.
Per questo Gesù conclude con una parola che ribalta ogni prospettiva: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16).
La Quaresima diventa così un tempo prezioso per tornare alla sorgente della vita cristiana: l’unione con Cristo, dalla quale sola nasce un amore capace di portare frutto.
Alle 19.00 la celebrazione eucaristica nel Santuario con la benedizione dei lavori di ammodernamento dell’organo ha concluso la serata.
+ Sabino Iannuzzi

