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Ordinazione Presbiterale del Diacono don Giovanni Fonseca: l'omelia di Mons. Sabino Iannuzzi

Martedì 19 Marzo 2024, nella Solennità di San Giuseppe, Mons. Sabino Iannuzzi ha ordinato presbitero il Diacono Don Giovanni Fonseca presso la Chiesa della Madonna delle Grazie di Palagianello. Di seguito la sua omelia.

 Saluto caramente tutti voi che questa sera rendete visibile la nostra Chiesa diocesana in questo momento di grazia e di gioia per l’Ordinazione presbiterale del diacono don Giovanni Fonseca.

Un caro saluto a lui e alla sua famiglia; a questa comunità parrocchiale di “S. Pietro apostolo”, con il suo Parroco, don Rocco Martucci; alla comunità di Marina di Ginosa, con il caro don Giuseppe Laterza, a cui rivolgo gli auguri di un buon onomastico e a lui associo quant’altri portano il nome del Santo patrono della Chiesa universale; all’intera famiglia presbiterale, iniziando dal Vicario generale, Mons. Renzo Di Fonzo, ai diaconi, ai religiosi, alle religiose e ai seminaristi, alla corale; al Signor Sindaco di questa comunità e alle autorità civili e militari presenti.

Nel momento in cui celebriamo la solennità di San Giuseppe, la liturgia ci invita a considerare il “sì” - «del servo saggio posto a capo della Santa Famiglia» (Prefazio) - richiesto nel sogno dal Signore, per mezzo dell’Angelo, per una nuzialità ed una paternità, segni credibili di obbedienza e di collaborazione piena e sovrabbondante d’amore.

L’uomo giusto, pur se intenzionato a ripudiare in segreto Maria, così da non doverla accusare pubblicamente ed evitarle dolorose conseguenze, per un amore maggiore, quello verso il suo Signore, è disposto senza alcun dubbio o ripensamento ad accettare – al buio – la proposta dell’Angelo.

Caro don Giovanni, da questa sera, “all’Eccomi” di san Giuseppe – in cui, come per la Vergine Maria, echeggia la via esclusiva della consegna obbedenziale alla fede - si associa anche il tuo di “Eccomi”, con l’augurio che sia della stessa intensità, perché, come suo fedele imitatore possa accogliere pienamente il Signore che anche nella tua vita e nella tua storia è entrato ed ha sparigliato – per così dire – le carte del gioco.

Infatti, «mentre stava considerando queste cose… - come abbiamo ascoltato nel Vangelo - gli apparve un angelo» e lo esortò a cedere al sogno.,

I sogni di Dio sono certamente particolari, ma – dobbiamo riconoscerlo - è pur bello “sognare insieme” al Signore, lasciandosi sorprendere per quanto non avremmo mai immaginato.

Un sogno – come quello di san Giuseppe – che diventa realtà e che genera un concreto impegno di vita, infatti: «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore».

Caro don Giovanni, tra poco – nel contesto del rito – ti consegnerò le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico e ti esorterò con queste parole:

renditi conto di ciò che farai,
imita ciò che celebrerai,
conferma la tua vita al mistero della Croce di Cristo.

Non vi nascondo – cari fratelli e sorelle - che ogni qualvolta pronuncio queste parole, avverto personalmente un turbamento interiore perché mi chiedo: ed io, in tutti quest’anni di sacerdozio, mi sono davvero reso conto del dono che è stato affidato alle mie mani? Imito con la mia vita il mistero che celebro? Ho confermato la mia vita al mistero della redenzione?

Sono parole forti e di grande responsabilità personale. Parole che debbono essere costantemente ricordate nella quotidianità della vita di un presbitero, per passare sempre più dal bene al meglio nel dono di grazia ricevuto, al di là di meriti e fragilità umane.

Un poeta indiano, che tutti penso conosciamo, Tagore (1861-1941) volendo descrivere il movimento del cuore nell’incontro con il divino, in una sua poesia dal titolo Mi hai fatto senza fine, compose questi versi:

«Questo fragile vaso / continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi / di vita sempre nuova…
Quando mi sfiorano le tue mani immortali / questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini / e canta melodie ineffabili.
Su queste piccole mani / scendono i tuoi doni infiniti.
Passano l’età e tu continui a versare / e ancora c’è spazio da riempire».

Caro don Giovanni quello che Tagore poeticamente esprimeva, per opera dello Spirito Santo, sta per realizzarsi in te. Le tue mani stanno per essere chiamate a riceve questi doni infiniti. Saranno continuamente sollecitate a benedire, a consolare, ad assolvere e soprattutto a condividere l’amore di Dio. E non solo. Lui, il Signore, si chinerà su di te per riempirti.

E tu? Sei disposto a fargli spazio perché lo possa riempire di Lui?

Se davvero vuoi “fare spazio al Signore”, con la Parola di Dio che è stata proclamata: lasciati, anzitutto, guidare dalla docilità intrepida ed eroica all’ordinarietà della vita di Abramo, così come l’ha descritta san Paolo: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli», cosciente delle meraviglie compiute da Dio e della certezza che è il Signore ad operare dentro le nostre umane debolezze, incapacità e povertà.

E, accanto alla fede di Abramo, accogli anche la proposta di Davide: il re che è stato grande perché ha saputo vivere nella sua piccolezza, nell’estrema umiltà di cuore. Piccolo davanti a Dio per poter accogliere ed affrontare ogni situazione della vita con la forza della fede che gli proveniva dall’alto e sperimentare, così, la fedeltà della promessa gratuita del Signore, nel “per sempre” di una scelta, perché persona autentica, radicata nella verità del vissuto, senza desideri di supremazia o di apparente sottomissione.

Ed infine, l’esempio di San Giuseppe che è stato: lo sposo di Maria, l’uomo del silenzio, dell’ascolto e dei sogni e l’uomo del servizio. Tre caratteristiche che ben connotano l’identità e l’esperienza ministeriale della vita presbiterale.

Come ci ha ricordato il Vangelo di Matteo san Giuseppe è stato «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù». Siamo posti dinanzi al mistero particolare della sponsalità e della generatività che – nel contesto della nostra scelta celibataria - evidenziano due qualità essenziali del nostro vivere relazionale con il popolo che ci è affidato. Infatti, proprio l’esperienza di san Giuseppe ci conferma che la sua verginità posta al servizio del progetto Dio lo ha reso attento e premuroso, custode tenace ed appassionato del figlio di Dio che entra nella storia. Con la sua vita celibe – vita di totale ed incondizionata offerta – fa spazio al Signore, diventa un’anfora di vita, quale luogo di assoluto, crocevia tra l’umano e il divino, tra l’umana fragilità e il tutto di Dio.

Anche tu, don Giovanni sei chiamato – ed hai liberamente scelto di aderirvi - ad avere una vita come quella di san Giuseppe capace di accogliere ed accompagnare i fratelli e le sorelle che ti saranno affidati, per generarli alla vita vera, quella della grazia, conducendoli all’incontro con il Signore. E per questo non dimenticare mai la “passione per il popolo di Dio”, di cui sei parte. Nella misura in cui radicherai la tua vita nell’impegno e nel desiderio di stare con il popolo che ti sarà affidato, avrai la capacità di custodirlo realmente, lasciando così trasparire un cuore innamorato, capace di donarsi sempre e con gioia, «perché, - e non dimenticarlo mai - dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19).

La vita di San Giuseppe ci offre una seconda caratteristica per la vita del presbitero: è stato l’uomo del silenzio, dell’ascolto e dei sogni. Le pagine evangeliche che lo riguardano ce ne presentano il vissuto, sia dinanzi agli eventi sia alle richieste di Dio, sempre nel silenzio assoluto. Una qualità che anche a noi preti ha tanto da insegnare! Silenzio che si trasforma in luogo privilegiato per ascoltare e crescere nella consapevolezza della voce di Dio che si manifesta nel sogno. Tanto è vero che non respinge di mettersi subito al servizio di Dio, quando si risveglia. Il suo è un silenzio che si apre con fiducia alla vita, sollecito e docile a camminare con Dio, accogliendo il suo sogno di salvezza per l’umanità. E’ stato sì l’uomo dei sogni, ma non di certo un sognatore. Perché i suoi sogni sono stati preludio alla realtà, offrendo alla vita il respiro di Dio.

Caro don Giovanni a te, così come a ciascuno di noi, auguro di divenire capace di sognare Dio che chiede il coraggio di aprirsi a strade nuove e apparentemente inedite, in cui si è spronati a non temere, con l’impegno di guardare sempre oltre. Come ci ricorda Papa Francesco, quando parla di san Giuseppe, dobbiamo lasciarci sorprendere da Dio sapendo accogliere la vita, non come un imprevisto da cui difendersi. Tante volte capita che gli imprevisti della vita ci fanno brontolare, lamentare, ci ripiegano su noi stessi, senza accorgersi che spesso si tratta di un mistero che nasconde il segreto della vera gioia.

La terza ed ultima prerogativa la ritroviamo in quell’agire sollecito di san Giuseppe: «Quando si destò dal sonno e fece come gli aveva ordinato l’angelo». Perché lui si pone nella scia dei piccoli del Vangelo che sono al servizio del disegno di Dio. Essere servi (e per di più evangelicamente “inutili”) – lo sappiamo molto bene – non è una cosa per nulla facile, soprattutto quando gli eventi della vita ci impongono scelte non desiderate. Il diaconato ti ha già introdotto in questa dinamica di vita, che spero abbia segnato profondamente la tua identità.

In quel “fece” di san Giuseppe ritroviamo la donazione assoluta ed incondizionata del voler dare la vita. Pur se umanamente ferito nell’orgoglio personale, ci insegna come accogliere – senza condizioni preventive - la nuova condizione di vita: essere servi, non solo per quel popolo che ci viene affidato e verso cui forse si è più inclini, ma nella nuova appartenenza alla famiglia presbiterale, in cui ci è chiesto di essere “reciprocamente” servi, cosa molto più difficile, perché presuppone l’umiltà della cura e dell’attenzione reciproca di chi ci sta accanto, promuovendo relazioni autentiche di amicizia e di prossimità, da sostenere nella crescita non con il giudizio, spesso severo e per nulla fraterno, ma nell’attenzione e custodia dell’altro, in una testimonianza di tenerezza, mai arrogante, quanto piuttosto protesa ad un’autentica fraternità evangelica. Il Signore Gesù nel Cenacolo ci «ha lasciato un esempio, perché come ha fatto Lui facciamo anche noi» (Gv 13,15).

Caro don Giovanni – dicendolo a te lo ripeto a me e a tutti i confratelli presbiteri – teniamo sempre dinanzi a noi, come modello del nostro ministero, la figura esemplare di san Giuseppe: sforziamoci di imitarne le virtù umane e di fede.

La Vergine Maria, qui contemplata come “Madre delle Grazie”, di certo ti sarà sempre vicina, come lo è stata per Giuseppe. Come suoi figli devoti chiediamo a Lei, che ci sia sempre accanto come Madre tenera ed amorevole, Madre in cui trovare conforto nelle fatiche del nostro cammino e con Lei condividerne le gioie. Amen!