Festa di Santa Chiara: l'omelia di Mons. Sabino Iannuzzi
Lunedì 11 Agosto 2025 Mons. Sabino Iannuzzi ha presieduto presso la Chiesa del Centro Pastorale “Lumen Gentium” di Castellaneta la Santa Messa per la Festa di Santa Chiara, alla presenza delle Sorelle Clarisse del Monastero S. Chiara. Di seguito l'omelia pronunciata dal Vescovo Sabino (Foto UCS Castellaneta: Maria Rosa Patruno)
Carissimi fratelli e sorelle,
insieme alle care monache che custodiscono il carisma clariano in questo Monastero, celebriamo la Solennità di Santa Chiara d’Assisi, chiedendo al Signore il dono della Sua pace e della Sua gioia, perché allontani al più presto dall’umanità gli orrori e le lacrime della guerra.
È una giornata di luce e di speranza perché santa Chiara, la «pianticella di san Francesco», splende come testimone di speranza cristiana, in questo Anno Giubilare, il cui motto Spes non confundit – la speranza non delude – richiama la promessa di San Paolo (cfr Rm 5,5).
Infatti, Santa Chiara è “testimone luminoso” di questa speranza: la sua vita, dopo otto secoli, ha la forza di parlare sempre e di nuovo al nostro cuore inquieto, incoraggiandoci a fidarci di Dio anche nelle prove e a camminare come pellegrini di speranza verso la patria del Cielo.
La liturgia della Parola di questa eucarestia ci ha offerto, anzitutto, parole di amore sponsale che si adattano bene al vissuto della nostra Santa.
Il profeta Osea ha fatto risuonare la voce di Dio che afferma: «La attirerò a me… e parlerò al suo cuore… Ti farò mia sposa per sempre nella fedeltà e nell’amore» (cfr. Os 2,16.21-22).
Parole queste che si sono completamente realizzate nella vita di Santa Chiara: il Signore l’ha attirata a sé, e lei ha risposto lasciando tutto per appartenere totalmente ed esclusivamente a Lui.
La preghiera del salmista «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre; il re è invaghito della tua bellezza» (Sal 44,11-12) si si è incarnata nel vissuto di Chiara nella notte della Domenica delle Palme del 1212, quando abbandonata la casa paterna e i suoi agi, si tagliò i capelli davanti all’altare della Porziuncola, rinunciando ad ogni vanità per essere tutta di Cristo.
Come la sposa del salmo, Chiara ha dimenticato la casa di suo padre terreno per amare solo il suo Re celeste, confidando che Dio stesso si sarebbe preso cura di lei. E infatti il Re, Cristo, si è invaghito della bellezza di Chiara, una bellezza – non esteriore – quanto piuttosto dello spirito fatta di povertà, umiltà e fede ardente.
«Dietro a lei – come prega ancora il salmista – le vergini, sue compagne, condotte in gioia ed esultanza, sono presentate nel palazzo del re» (Sal 44,15-16) e Chiara, con le sue prime compagne, ha camminato nella gioia verso il Regno, anticipando già sulla terra la felicità sponsale di chi si sa di essere amato da Dio.
Ma la speranza si manifestò soprattutto nel momento delle prove.
San Paolo ci ha ricordato che noi tutti portiamo un «tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7), perché la presenza di Cristo in noi è realmente un tesoro prezioso custodito nella fragilità della nostra creaturalità, pienamente umana.
Chiara stessa sperimentò questa fragilità: per anni conobbe la malattia e l’infermità, e visse in clausura lontano dal clamore del mondo. Eppure, il suo cuore non ebbe mai a scoraggiarsi. Perché come dice l’apostolo Paolo: «siamo tribolati, ma non schiacciati; colpiti, ma non uccisi» (2Cor 4,8-9).
Chiara, pur tra le diverse sofferenze, come narrano i suoi biografi, non perse mai la serenità né la fede. Anzi, la sua forza interiore crebbe giorno dopo giorno, perché confidava nelle cose invisibili ed eterne.
«Non fissiamo – fratelli e sorelle – lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili» (2Cor 4,18), ha ribadito ancora San Paolo.
Questa è stata la chiave di volta della speranza di Chiara: vedere oltre le mura di San Damiano, oltre il dolore fisico, per contemplare fin da subito la luce di Cristo risorto.
Lei credeva fermamente che «la nostra momentanea, leggera afflizione ci procura uno smisurato ed eterno peso di gloria» (2Cor 4,17). Forte di questa speranza, Santa Chiara ha saputo trasformare ogni privazione in offerta d’amore, ogni difficoltà in occasione per affidarsi sempre più al suo Sposo celeste.
Qual era, allora, il segreto di tanta speranza?
Rimanere unita a Cristo, come insegna il Vangelo di oggi. «Rimanete in me e io in voi – ci ha insegnato Gesù anche questa sera – Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv 15,4). Tutto questo non è teoria o pura idealità: Chiara l’ha vissuta con semplicità e radicalità.
Fin da giovane ella rimase sempre attaccata (innestata) alla “Vite vera” che è Gesù, attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola e la fedeltà quotidiana al suo amore.
Piena di affetto e zelo, Chiara si nutriva dell’Eucaristia e adorava il Signore presente nel Sacramento: famosa è la scena in cui, debole e malata, affrontò un grave pericolo (l’assalto dei nemici al monastero) armata solo del Santissimo Sacramento, confidando nella protezione di Cristo vivo e vero, tanto da essere la donna dalla pace «disarmata e disarmante!»
Questa profonda unione con Gesù – come il tralcio alla vite – era la fonte della fecondità spirituale di Chiara.
«Chi rimane in me porta molto frutto» (Gv 15,5) promette Gesù, e la nostra santa ha portato davvero molto frutto. Infatti, attorno a lei si raccolse una comunità di sorelle contagiate dal suo amore, e la sua testimonianza ancora oggi parla al mondo.
Il suo segreto è stata l’amicizia con Cristo: rimanere nel suo amore osservando i comandamenti (cfr Gv 15,10), vivere del Vangelo senza compromessi, giorno dopo giorno.
Da questa linfa divina Chiara traeva la gioia e la speranza incrollabile che la distingueva.
E noi, oggi, che cosa possiamo apprendere dalla testimonianza di luce di questa donna di speranza?
Anche noi siamo chiamati, come Chiara, a fidarci dell’Amore di Dio e a vivere come pellegrini di speranza.
I Ministri generali del Primo Ordine, nella lettera scritta per la festa di Santa Chiara di quest’anno, nell’VIII Centenario del Cantico Audite, Poverelle, che San Francesco compose nell’inverno del 1225 «per la maggiore consolazione» di Chiara e delle prime sorelle, ricordano la forza della speranza escatologica, con le parole del cantico: «Ciascuna di voi sarà regina in cielo, coronata con la Vergine Maria». Un’immagine bella e significativa per annunciare il valore di quella perseveranza – fino alla fine – nell’amore di Cristo, con cuore umile, per riceve il dono della corona della vita eterna.
Chiara ha vissuto tutta protesa verso questa mèta. Sapeva che la sua povertà e le sue sofferenze per Cristo non erano vane, ma preparavano per lei e per le sue sorelle una gioia senza fine in cielo.
Nelle sue lettere, Santa Chiara esorta sempre tenere fisso lo sguardo su questo premio.
Lei stessa scriveva a santa Agnese di Praga di «amare con tutto il cuore Dio, colui che si è dato totalmente per il nostro amore» (cfr. 3Lett, 15). Possiamo dire che Chiara ha avuto sempre negli occhi quella “città futura” in cui Dio asciugherà ogni lacrima e colmerà ogni desiderio. La sua speranza era salda proprio perché fondata su Cristo: speranza nostra.
Carissimi,
la vita di Santa Chiara ci provoca e ci incoraggia.
Dal suo esempio emerge un messaggio profetico per noi oggi.
In un mondo spesso povero di speranza, Chiara ci testimonia che Dio è fedele e che vale la pena donare tutto per il Signore.
Lei, debole giovane donna del Medioevo, con la sola forza della fede ha illuminato molti; anche noi, nella nostra piccolezza, possiamo illuminare il mondo se lasciamo che la speranza di Dio brilli in noi.
In questo Giubileo vogliamo imparare da Chiara a «rallegrarci nella speranza» (Rm 12,12) e a non lasciarci mai vincere dallo scoraggiamento.
La speranza cristiana – spes non confundit! – non è ingenuo ottimismo, ma fiducia incrollabile nel fatto che l’amore di Dio è più forte di ogni male.
La speranza non delude perché, come dice San Paolo, «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5).
Allora, sull’esempio di Santa Chiara, anche noi dobbiamo scegliere ogni giorno di affidarci al Signore e cercare prima il suo Regno e la sua giustizia.
Se rimaniamo uniti a Cristo, la nostra vita porterà frutto, e nulla o nessuno potrà rubarci la gioia. E quando verranno le prove, ricordiamoci di santa Chiara: stringiamo al petto il Crocifisso e l’Eucaristia – come fece lei – e preghiamo con fiducia, sapendo che il Signore non abbandona mai i suoi figli.
Celebrando oggi l’Eucaristia in onore di Santa Chiara, rendiamo grazie a Dio per la testimonianza di speranza di questa grande santa.
Chiediamo a lei di ottenerci un cuore semplice e ardente come il suo, capace di abbandonarsi al Padre.
Che Santa Chiara, “donna di speranza”, ci aiuti a camminare come pellegrini di speranza:
- poveri di mezzi ma ricchi di fede,
- umili ma tenaci nel bene,
- gioiosi anche nelle difficoltà
perché certi che Dio mantiene le sue promesse.
Il Signore, che ha fatto risplendere in Chiara la luce di Cristo, conceda anche a noi di irradiare nel mondo la luce della speranza, per la gloria di Dio e per la salvezza di tutti. Amen!
+ Sabino Iannuzzi